venerdì 20 marzo 2015

STEFANIE EGGER

Unica cartolina mandata da Egger dall'Argentina
 Famiglia Egger

Una pittura di Egger (selfie)

Stefanie consegna la piccozza di Egger a Messner per il suo museo

Stefanie, Charlie Buffet e io al monumento di Egger

Monumento di Egger

Stefanie con me

Tomba di Egger fatta dallo svizzero Hans Peter Trachsel

Egger molto giovane
Martedì 17 marzo sono stato in Austria, a Lienz, a incontrare la sorella di Toni Egger. La bella signora, Stefanie, ha 85 anni ed è in perfetta forma. Ero con Charlie Buffet, giornalista di Le Monde e National Geographic. Bellissima giornata.

martedì 10 marzo 2015

SELFIE


Tutti fanno i selfie… e noi chi siamo?

lunedì 9 marzo 2015

NON MI E' PIACIUTO

Cerro Torre, prime salite e menzogne: l’alpinismo è una verità senza testimoni

Marquardt Wocher, 1790, M.G. Paccard sulla via del Monte Bianco l'8 agosto 1786 (Photo Wikipedia)COURMAYEUR, Aosta — Alpinismo, menzogne, verità e polemiche. L’ultima discussione sulla salita del Cerro Torre da parte di Cesare Maestri, che viene messa in dubbio da decenni e ancora torna alla ribalta sui giornali, ha aperto sulla nostra testata una serie di riflessioni su quanto ci si possa “fidare” degli alpinisti, la cui storia è segnata da imprese incredibili ma anche da altrettanto incredibili bugie. Riceviamo e pubblichiamo oggi un bell’editoriale scritto di Gioachino Gobbi, patron di Grivel: il “De veritate” dell’alpinsimo. Che vi lascerà sicuramente con molto materiale su cui riflettere.
“Un antico proverbio cinese recita: quando si devono fare dieci passi, nove sono metà del cammino.  (In Toscana suona: chi di dieci passi n’ha fatti nove è alla metà del cammino. Però la citazione cinese è più culturale e più “figa”.)
Pochi aforismi hanno un riscontro così preciso nell’alpinismo. Inutile raccontare quante volte siamo arrivati a 100 metri dalla vetta, abbiamo preferito lasciare gli ultimi 200 metri perché le condizioni erano troppo inutilmente pericolose, e così via con tutte le spiegazioni possibili che, in fondo in fondo, sottintendono il messaggio: sì, in pratica l’abbiamo fatto!
Ci sono voluti tanti anni perché si avesse una specie di verità sulla prima salita al Monte Bianco sui ruoli di Balmat e di Paccard, l’8 agosto 1786 data considerata l’inizio dell’alpinismo; come più tardi per Bonatti al K2; nel 1838 Henriette d’Angeville venne acclamata come la prima donna a salire sul Monte Bianco (la prima fu in realtà Marie Paradis nel 1808) poi, con grande imbarazzo, si cominciò a dire: la prima donna straniera a salire sulla vetta (lei era francese ed il Monte Bianco apparteneva al Regno di Sardegna dai due lati).
Oggi vedo un nuovo risorgere delle polemiche sul Cerro Torre che in più si tirano dietro l’eterno dilemma della “verità”. Si può rispondere su tre livelli:
1-La storia della salita al Torre
2-La veridicità ed il controllo in montagna
3-La definizione della “verità”
1-Cinquanta anni di polemiche non hanno risolto nulla. Oggi mi chiedo: interessa veramente al mondo alpinistico questa querelle? Secondo me no. Continua ad esistere e a creare interesse solamente perché, attraverso gli interventi, le accuse e le difese si possono vedere e comprendere un po’ meglio la personalità e le caratteristiche degli attori. In altre parole: non interessa la salita ma la reazione di chi partecipa alla sceneggiata.
Kant diceva:  pazienta per un poco; la verità è figlia del tempo, tra non molto essa apparirà per vendicare i tuoi torti. Speriamo avesse ragione perché io sono convinto che questo genere di discorsi e polemiche non servono ad allargare il numero di base degli alpinisti ed a far appassionare più giovani alla montagna ed alle sue molteplici opportunità di esplorazione e di divertimento.
E questo è il vero problema ed il vero futuro!
2-L’alpinismo è una attività senza testimoni. Non si fa in uno stadio davanti ad un gran numero di tifosi, non si fa in teatro davanti ad un piccolo numero di spettatori, spesso non c’è anima viva nel raggio di molti chilometri. La verità è perciò affidata ai protagonisti con le loro caratteristiche più o meno amate e più o meno amabili, e coinvolge quindi  anche l’aspetto etico essendo collegata con l’esigenza di onestà intellettuale, con la buona fede e la sincerità. D’altronde bisogna sempre essere almeno in due perché la verità nasca, uno per raccontarla e l’altro per ascoltarla. E in fondo noi italiani siamo maestri nel  gioco dei contrasti: lui non è affidabile e quindi io lo sono! Le varianti sono infinite: lui non ci è arrivato e quindi io ci sono arrivato, lui non riesce a passare e quindi io passo, lui … bla, bla, bla.
Diceva Joseph Goebbels, il tristemente famoso ministro della propaganda nazista: ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità. Può valere in entrambi i casi, a favore o contro.
Certo non vorremmo che il nostro mondo funzionasse così, ma è l’uomo che funziona così.
Per esempio, nonostante una volta moltissimi  lo credessero, la terra non è piatta. Le stelle non ruotano intorno alla terra. Mangiare un pomodoro non porta alla morte immediata, e  l’uomo  può volare e persino superare il muro del suono.  Per esempio nel nostro mondo negli anni ’50 si credeva fosse impossibile  arrivare in cima ad una montagna di 8000 metri senza ossigeno e non morire!
Forse oggi i moderni mezzi tecnologici, dal GPS ai telefoni satellitari, alle GoPro e chi più ne ha più ne metta, renderanno più difficile nascondere gli insuccessi e contemporaneamente renderanno più facile dimostrare le riuscite. Certo tolgono molto all”avventura”, ma sono i tempi che cambiano e solo in futuro vedremo i pregi ed i difetti di queste innovazioni.
3-Nel terzo punto il discorso si fa molto più difficile e spero di non annoiare i miei venticinque lettori (come diceva il Manzoni).
Si aprono due problemi: il relativismo e l’esperienza personale.
Oggi si considera che la verità sia nella maggioranza dei casi “relativa” e da qui nasce il “relativismo”secondo il quale tutte le verità che ricadono in un particolare ambito sono relative, e ciò comporta che ciò che è vero o falso varia al variare delle epoche e delle culture.
Ad esempio questo vale nelle verità scientifiche che non sono così definitive come spesso si crede. Tante volte quello che riteniamo una verità scientifica ben controllata è qualcosa che, con una strumentazione più raffinata, viene ridotta di portata, e diventa meno universale. Questa “verità” è sostituita da una verità un po’ più profonda.
Nel nostro campo alpinistico abbiamo infiniti esempi di cambiamenti dei giudizi sulle attività alpinistiche ed arrampicatorie. Dalle grandi e pesanti spedizioni nazionali allo “stile alpino”. Il già citato ossigeno. L’utilizzo del  Pervitin ( una amfetamina che veniva distribuita ai soldati tedeschi durante la prima guerra mondiale) da parte di Herman Bhul per la prima salita al Nanga Parbat nel 1953: ma siamo sicuri di poter giudicare quel comportamento con il pensiero di oggi? E lo stile totalmente artificiale con il quale si realizzarono le grandi salite in Yosemite? L’elenco potrebbe essere lungo come la storia dell’alpinismo!
E veniamo all’esperienza personale. Una antica parabola racconta di sei uomini ciechi che vanno a conoscere un elefante. Ognuno di loro tocca una parte diversa dell’elefante e poi descrive agli altri ciò che ha scoperto. Uno degli uomini trovò la zampa dell’elefante e la descrisse essere tonda e ruvida come un albero. Un altro prese la zanna e disse che l’elefante era come una lancia. Il terzo afferrò la coda insistendo nel dire che l’elefante è come una fune. Il quarto trovò la proboscide e affermò che l’elefante è come un grosso serpente. Ognuno descriveva qualcosa di vero e poiché la verità di ciascuno derivava da un’esperienza personale, ognuno continuava ad affermare che sapeva quello che sapeva. Morale:tutti erano in torto sebbene ognuno avesse in parte ragione.
Vorrei terminare con una annotazione bella, che a me ha insegnato molto e che non è abbastanza conosciuta. Il 25 maggio 1955 due alpinisti inglesi George Band e il famoso Joe Brown arrivarono in vetta al Kangchenjunga, la terza montagna più alta della terra dopo Everest e K2. In realtà non arrivarono proprio in vetta ma si fermarono volontariamente alcuni metri sotto la cima: rispettarono una promessa fatta al Chogyal  (Re del Sikkim) di non calpestare la vetta dove le popolazioni locali pensavano vivessero gli Dei. Il Kang rimase dunque inviolato; ma i nostri possono essere considerati i primi salitori?”

Gioachino Gobbi

CHE STORIA INCREDIBILE

Passo Resia, a passeggio con il capriolo.

L'animale è stato "allevato" fin da piccolo dal cane di casa e ora si comporta come lui. Il ragazzo è di Amburgo.

domenica 8 marzo 2015

BUONA GIORNATA A TUTTE

E che sia così anche per i restanti 364 giorni

giovedì 5 marzo 2015

martedì 3 marzo 2015

lunedì 2 marzo 2015

ANCORA LA GRANDE MONTAGNA

Errore o menzogna? Una foto riapre il caso della salita di Maestri e Egger al Cerro Torre

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Il versante est del gruppo del Torre: 2) Cerro Torre; 3) Torre Egger; 4) Punta Herron; 5) Aguja Standhart; 6) Perfil del Indio; 7) Aguja Bífida  (photo Gagea wikipedia commons)
Il versante est del gruppo del Torre: 2) Cerro Torre; 3) Torre Egger; 4) Punta Herron; 5) Aguja Standhart; 6) Perfil del Indio; 7) Aguja Bífida (photo Gagea wikipedia commons)
EL CHALTEN, Argentina – Una foto, quella pubblicata a pagina 65 del libro di Cesare Maestri “Arrampicare è il mio mestiere”. Riparte da qui l’antica controversia sulla salita del 1959 di Cesare Maestri e Toni Egger al Cerro Torre. A riaprire il caso è Rolando Garibotti che, dopo un’attenta disamina dello scatto, è arrivato a sostenere che il luogo fotografato non è quello dichiarato dalla didascalia, a dimostrazione che i due alpinisti non si trovavano sulla parete est della montagna, da cui, in base al racconto di Maestri, sarebbero arrivati in vetta per la prima volta nella storia. A dispetto di quella che secondo l’alpinista italo-argentino è un’evidenza della menzogna, Maestri ha replicato che si è trattato semplicemente di un errore: tipografico e non di memoria. A breve su Montagna.tv la sua esclusiva intervista.
Il caso sta facendo in questi giorni il giro del globo, ripreso con dovizia di particolari da moltissime testate internazionali, non ultima il New York Times. Partiamo dall’inizio. Garibotti, alpinista italo-argentino e tra i massimi esperti mondiali del Cerro Torre e delle montagne Patagoniche ha preso in considerazione una foto pubblicata nel libro di Cesare Maestri, “Arrampicare è il mio mestiere” (Milano, Garzati, 1961): stando alla didascalia, quello fotografato è Toni Egger che scala le placche basse della parete est del Cerro Torre.
“Due anni fa io e Ermanno Salvaterra abbiamo notato quella foto mentre lavoravamo a un libro non ancora pubblicato – scrive Garibotti sul suo sito Pataclimb.com -; io ed Ermanno conosciamo bene quel posto, e ci è stato subito chiaro che quella foto non era stata scattata al Cerro Torre. Quello che rimaneva poco chiaro era l’ubicazione reale. La foto era stata tagliata in modo tale che molto poco del contesto si poteva vedere. Dopo diverse ore di studio delle immagini dell’intera valle, con l’aiuto di Dörte Pietron, abbiamo riconosciuto un tratto caratteristico che combaciava con la foto in questione. Bingo!”
Le due foto a confronto (photo courtesy of Rolando Garibotti www.pataclimb.com)
Le due foto a confronto (photo courtesy of Rolando Garibotti www.pataclimb.com)
“La foto di Maestri di Toni Egger era stata scattata sulla parete ovest del Perfil de Indio – spiega ancora Garibotti -, una piccola torre a nord del Colle Standhardt, tra la Aguja Standhardt e l’Aguja Bífida, sul versante ovest del massiccio, il lato opposto a quello che hanno dichiarato di aver scalato. Questo cosa significa? Nei racconti di Maestri delle spedizioni del 1958 e del 1959, non menziona mai una salita dal lato ovest del massiccio. I 6 giorni, durante i quali Maestri dichiara che lui ed Egger hanno compiuto l’attacco finale al Cerro Torre dalla parete est, sono i soli giorni inspiegabili di tutta la spedizione. Cosa successe veramente durante quei 6 giorni? Questa foto fornisce una nuova evidenza, la prova inequivocabile di un posto nel quale sono stati durante la loro spedizione che, curiosamente, Maestri non ha mai citato. Sicuramente non si trova nelle vicinanze della via che ha affermato di aver scalato, e certamente non è un posto in cui uno potrebbe passeggiare involontariamente. O dimenticarsene”.
Secondo Garibotti è possibile che, constatate le difficoltà della scalata dal versante est del Torre, Maestri e Egger abbiano voluto tentare da ovest, lo stesso versante in cui Walter Bonatti e Carlo Mauri nel 1958 avevano individuato un punto debole della montagna da cui tentare la salita in vetta. Così dai piedi del versante est si sarebbero mossi verso il Colle Standhardt, itinerario oggi diventato tra i più comuni per l’avvicinamento al lato ovest, solo in andata però, perché ripercorrerlo in senso inverso comporta molte più difficoltà. Maestri e Egger non solo l’avrebbero percorso in andata, ma anche di ritorno: una prova tutt’altro che semplice per l’epoca.
Il gruppo del CerroTorre vesrante ovest (photo www.portalgorski.pl)
Il gruppo del CerroTorre vesrante ovest (photo www.portalgorski.pl)
“Nella foto di Maestri si vede Egger che scala sotto la ovest e immediatamente a nord del Colle Standhardt – dice ancora Garibotti -, di sicuro mentre tornavano sul lato est. È stata un’impressionante performance la loro, nella ricerca della via. Dal Colle Standhardt i due hanno affrontato un ritorno giù da pendii carichi di neve ventata e a rischio valanghe, che finiscono in fondo al ghiacciaio del Torre, dove i resti di Egger sono stati ritrovati più tardi. La morte di Toni Egger rimane un mistero. Sulla base di queste nuove informazioni sembra possibile che sia rimasto coinvolto in un incidente durante la discesa dal Colle Standhardt”.
Il confronto tra la foto del libro e quella scattata dall’alpinista italo-argentino lascia pochi dubbi sul fatto che i due luoghi combacino. Tuttavia Maestri ne ha dato una spiegazione diversa da quella che probabilmente si aspettava Garibotti: si è trattato semplicemente di un errore della casa editrice, ha spiegato il Ragno delle Dolomiti. Lo scatto pubblicato a pagina 65 risalirebbe alla spedizione del ’58 e non del ’59, e quello ritratto nell’immagine non sarebbe Toni Egger, ma Luciano Eccher.
“Una didascalia sbagliata – ci ha detto Maestri in un’intervista che tra poco pubblicheremo su Montagna.tv -. Ma non mi interessa più niente… maledetta quella volta che sono andato al Cerro Torre!”.
Il caso insomma, è tutt’altro che chiuso. Oltre a Cesare Maestri, abbiamo sentito Ermanno Salvaterra: a breve online anche la sua intervista.

SEMPRE TORRE

Cerro Torre, Salvaterra: è Detassis a smentire Maestri, non può essere un errore

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Ermanno Salvaterra (photo Ermanno Salvaterra)
Ermanno Salvaterra (photo Ermanno Salvaterra)
PINZOLO, Trento – “Non credo che la foto possa risalire alla spedizione del 1958 e che quello ritratto in foto sia Luciano Eccher. Mi sono fatto mandare dalla Sat di Trento tutte le fotografie e tutte le pagine delle riviste conservate sulle spedizioni del ’58: tra i vari documenti c’è un resoconto di Bruno Detassis che racconta esattamente, giorno per giorno, cosa è stato fatto. Bruno Detassis era molto preciso e di questa salita non parla. Una cosa del genere per il ’58 sarebbe stata la salita dell’anno: uno non può dimenticarsela”. Parla così Ermanno Salvaterra, alpinista trentino ed esperto conoscitore del Cerro Torre, chiamato in causa dallo stesso Rolando Garibotti nella vicenda riguardante la foto “sbagliata” o “rivelatrice della verità”, pubblicata sul libro di Cesare Maestri. Ecco cosa ci ha spiegato.
La tomba di Egger (photo Ermanno Salvaterra)
La tomba di Egger (photo Ermanno Salvaterra)
Garibotti dice che la sua scoperta è nata guardando e riguardando quella foto sul libro di Maestri insieme a te. Com’è andata?È successo 3 anni fa. Fino a quando non me l’ha detto Rolo io non avevo mai pensato a quella foto, non mi ero mai chiesto chissà che punto della parete è. Io cercavo di ritrovarci quella prima parte di parete, di farla combaciare con il racconto di Maestri. Dicevo: magari non ci siamo mai spostati noi in quel punto, per avere un accesso fotografico su quel tratto di parete. Ma ne avevamo parlato. Il casino è uscito quando Rolo ha visto una fotografia di Colin (Haley). Bisogna dire che di solito tutti usano il Colle della Standhardt oggi, per andare sul versante ovest del Cerro Torre, perché è più accessibile dal versante est. C’è solo questo canale di neve dove sì, l’ultima parte è un po’ ripida, ma noi alpinisti saliamo praticamente slegati. Poi quando arrivi di là devi fare due o tre corde doppie, perché il tratto sottostante è su rocce difficili. Di ritorno da ovest di solito non si torna da lì, ma o si fa il giro dallo Hielo Continental dal passo del Viento e del Marconi, oppure si ritorna dall’altro colle che è quello che va alla Bifida, perché se sali di qui trovi un terreno abbastanza facile. Quando Rolo ha visto la foto l’ha subito riconosciuta e me l’ha mandata. Mi ha detto che sarebbe andato lui stesso a verificare da vicino e a scattare una foto: voleva farla esattamente dallo stesso punto in cui era stata scattata.
Cosa dimostra adesso questa foto?Che quella foto non è stata fatta dove è stato dichiarato. In merito alla spiegazione che è stata data, cioè che la foto potesse risalire alla spedizione del 1958, quella dell’anno prima, e che quello ritratto in foto non fosse Toni Egger ma Luciano Eccher, non credo sia così. Mi sono fatto mandare dalla Sat di Trento tutte le fotografie e tutte le pagine delle riviste conservate sulle spedizioni del ’58 (quelle relative al ’59 le avevo già). Tra i vari documenti c’è un resoconto di Bruno Detassis che racconta esattamente, giorno per giorno, cosa è stato fatto. Bruno Detassis era molto preciso e di questa salita non parla. Quando uno di loro andava da qualche parte, alla sera tornava e raccontava tutto e Detassis annotava, dove erano andati, che quota avevano raggiunto, dove avevano bivaccato, ecc. Ogni volta che si sono spostati Eccher e Maestri hanno fatto cose in giornata. Per fare una cosa del genere, vale a dire partire dal versante est superare il Colle Standhardt e scendere sulla ovest, non sarebbe stata sufficiente una giornata, non ai quei tempi. Una cosa del genere per il ’58 sarebbe stata la salita dell’anno. Uno non può dimenticarsela, era una salita che richiedeva una fatica enorme.
Ermanno Salvaterra (photo Ermanno Salvaterra)
Ermanno Salvaterra (photo Ermanno Salvaterra)
Quindi secondo te è Detassis che in qualche modo smentisce quanto ha dichiarato recentemente Maestri?Esatto. Non regge neanche che Maestri dica oggi che quella didascalia è sbagliata, perché in tutti questi anni, alla prima ristampa del libro avrebbe potuto farla correggere.
Rolando Garibotti dice che questa foto riapre il mistero su cosa sia successo realmente a Egger. Perché?Io ho conosciuto bene un amico di Egger, uno che non era un alpinista forte ma che scalava con lui, Edward Müller, che se ne è andato due anni fa. Lui è stato quello che per diversi anni ha dato un aiuto economico a Toni Ponholzer per trovare la via del 1959. Mi sembra che abbia fatto 19 o 20 tentativi, arrivando molto in alto. Lui era amico di Egger e credeva in quella salita. Io l’ho conosciuto perché sono riuscito ad andare dove c’era la tomba di Egger, credo fosse nel 1993. Ho fatto molta fatica, lo confesso: ho praticamente tolto i sassi da terra che coprano i resti di Egger. Si trova in fondo al canale che porta alla Poincenot, in un posto sicuro, tutta la roba è rimasta lì in tutti questi anni. Quando ho trovato la tomba ho avvertito Muller. Me lo ricordo come fosse ora, mi si raggela il sangue: dentro c’era un maglione rosso, all’interno perfetto, com’era quando lo indossava Egger. Era il maglione di un gruppo di arrampicatori di Lienz. Di tutta questa storia la cosa che non ho mai accettato, che non mi è mai piaciuta, è che Toni Egger è morto sicuramente in un modo diverso da quanto è stato raccontato. Secondo Rolo, Egger e Maestri sono andati sul versante ovest, passando dal punto in cui è stata effettivamente scattata la foto, forse perché volevano andare in cima al Torre da Ovest. Rolo dice, tutti quei giorni che hanno detto di aver trascorso in parete al Torre, che cosa hanno fatto? Li avranno passati sul versante ovest, fino a dove siano arrivati non lo so. Anche io ho dei dubbi su cosa sia successo a Egger. Rolo ha parlato con glaciologi argentini per capire se lo spostamento dal punto di caduta descritto da Maestri al punto in cui è stato ritrovato il corpo sia possibile. Ma loro gli hanno detto che è difficile da dire. Maestri dice che è caduto dalla est sotto il Torre, ma il luogo in cui sono stati trovati i resti nei vari anni è molto più lontano, almeno un chilometro a destra rispetto al punto in cui Maestri ha detto che è caduto. E poi è sceso di 700, 800 metri, ma questo non è un problema, è normale che i ghiacciai si spostino.
Insomma, un nuovo capitolo in una storia destinata a non chiudersi..Io penso che la colpa del fatto che non si sia fatta luce sull’intera vicenda sia del Cai. Guarda la vicenda di Bonatti: il povero Walter ha dovuto aspettare che morisse Desio perché cominciassero a considerare quello che lui aveva detto fin dal primo giorno. Anche qui doveva essere il Cai a tirare fuori la verità, solo che il Cai non farà mai una cosa del genere. Del resto Cesare Maestri ne è membro onorario…

domenica 22 febbraio 2015

THE NEW YORK TIMES

THE NEW YORK TIMES

Mountaineering’s Greatest Climb Unravels
By KELLY CORDES FEB. 21, 2015
Photo


ESTES PARK, Colo. — THE greatest climb in the history of alpinism, a story of mythological proportions, occurred on Jan. 31, 1959. Cerro Torre, a 10,262-foot spire of granite, rises from the Southern Patagonia Ice Cap like a sharpened spear, so steep that climbing it had long been deemed impossible.
But in 1959, the Italian Cesare Maestri — the famed Spider of the Dolomites — and the Austrian Toni Egger made a futuristic dash to Cerro Torre’s summit. The ascent took a mere four days; the descent another three through a building storm. One of their teammates, anxiously awaiting their return, on the seventh day noticed a body lying in the snow below the mountain. He raced up the slope, his heart in his throat. Cesare Maestri lifted his head from the snow and muttered three words: “Toni, Toni, Toni.”
So the story went. Greatest ascent. Toni Egger gone, killed in an avalanche on the descent, his body missing.
The climb was so far ahead of its time that it would take 47 years and dozens of attempts by some of the finest alpinists of each generation before anyone else would succeed on that same aspect of Cerro Torre. Think three-minute mile. Or a spaceship to the moon — a decade before the spaceship was invented.
Now new evidence adds convincingly to what scrupulous critics have long known: The two never made it to the top.
Beyond the sheer improbability of his claim, Mr. Maestri lacked proof. The team’s only camera was with Mr. Egger. You had to take Mr. Maestri at his word. It was all he had.
In few endeavors is trust as implicit in the DNA of the activity as with climbing mountains: You and your partner, tied together, trusting each other with your lives. It’s embodied in the enduring phrase “The brotherhood of the rope.”
Over the decades, a literal mountain of evidence has piled up against Mr. Maestri’s claimed ascent. Remnants of their passage, in the form of pitons, fixed ropes and other gear, littered the initial thousand feet, which he described as completely exhausting. Yet above, on far more difficult terrain, not a trace has ever been found. His descriptions of features higher on the mountain, which he could know only if he’d been there, were wildly inaccurate.
Perhaps most damning, Mr. Maestri claimed that a storm coated the upper face in ice, allowing Mr. Egger, a virtuoso in such conditions, to get them both to the summit. But the invention of the modern ice ax — absolutely requisite to rapidly climb ice so steep — was still a decade away.
Against all the evidence, Mr. Maestri, now 85, has held his ground, defiantly so, lashing out at his “detractors” and refusing to address the myriad issues surrounding his claim. He remains a hero in northern Italy, though lost in the crossfire has been another question: What happened to his climbing partner?
Sometimes a photograph can speak for the dead.
In Mr. Maestri’s 1961 book “Arrampicare è il Mio Mestiere” (“Climbing Is My Job”), a photograph bears a caption identifying Toni Egger climbing the lower flanks of Cerro Torre. The problem is, the photo wasn’t taken on Cerro Torre. Recently, in his tiny cabin in the village of El Chaltén, Argentina, where Cerro Torre and the other peaks of the Chaltén Massif soar above the horizon, Rolando Garibotti cracked the case.


Mr. Garibotti, 43, is himself one of Patagonia’s greatest climbers. After a dozen hours studying maps and photos and scouring his memory banks, he pinpointed the location shown in the photo. Then, late last month, he climbed, alone, to the exact location — a needle in a haystack among the massive spires — and replicate Mr. Maestri's photo.
It’s a perfect match, and it reveals a place never before mentioned in an otherwise thoroughly documented expedition. It’s dangerous to reach and distant from Cerro Torre. No one knew they had ventured there during their only time together in Patagonia.
Did they realize they were outgunned and went to investigate other climbing options? Could the photo — the last known image of Mr. Egger — hint at the actual location of his death? Each new turn takes us further from Mr. Maestri’s impossible story.
Memories are subject to distortion, of course, as scientists have pointed out in the wake of the Brian Williams story. But there is a vast difference between coming to believe what began as a lie, and the honest malleability of memory. An Italian journalist recently contacted Mr. Maestri, who denied and deflected, then recalled visiting the vicinity of the image.
If he remembers events differently than the evidence suggests, he should be generous enough to deliver his photos from those seven days — photos that now seem to exist — and help un-puzzle what really happened to his dead partner. Mr. Egger’s remains have emerged in bits and parts over the years from a glacier below both Cerro Torre and the dangerous approach to the location of the recently revealed photo. Was he swept away by an avalanche? Did he fall into a crevasse? Only Mr. Maestri knows.
More than once, given the controversy surrounding his claim, Mr. Maestri has said, “If I could have a magic wand, I would erase Cerro Torre from my life.”

No wonder.